Economia

La Guinea-Bissau risulta essere tra i 20 paesi più poveri del mondo. La fragile economia, basata perlopiù sull'agricoltura e sulla pesca, pur avendo buone risorse minerarie (petrolio, bauxite e fosfati) non sfruttate a causa della mancanza di infrastrutture e di mezzi finanziari, è stata duramente danneggiata dalla guerra civile del 1998-1999.
 
Il paese ha accumulato un debito con l'estero pari a 921 milioni di dollari ed è attualmente interessato da un programma di interventi strutturali finanziati dal Fondo Monetario Internazionale.
 
Una delle principali voci dell'economia della Guinea-Bissau è rappresentata dall'esportazione (circa 90.000 tonnellate per anno) dell'anacardo. Nel gennaio del 2005, tuttavia, il governo annunciò che un'invasione di locuste stava per distruggere i raccolti, e che non vi erano le risorse necessarie per prevenire tale catastrofe.
 
L'inflazione annua è del 50%.
 
Le importazioni sono il doppio delle esportazioni.
Si importano: bevande, tabacco, prodotti del petrolio, auto, riso, manufatti.
Si esportano: anacardo, pesce, crostacei, arachidi, semi di palma, legname.
 
È un Paese essenzialmente agricolo. La produzione serve per la sussistenza, i mezzi agricoli sono rudimentali; il 90% della popolazione è impegnata nell'agricoltura, lo 0,5% nell'industria e l'altro 0,5% nei servizi essenziali.Il territorio è potenzialmente ricco, tuttavia ciò che si ricava coltivandolo non basta a sfamare la popolazione, che oltretutto è scarsa (solo 25 abitanti per kmq).
 
Altre fonti di lavoro e guadagno sono: la pesca, l'allevamento di bovini, caprini e suini, lo sfruttamento delle risorse forestali che permette un po' di esportazione di legname pregiato, l'artigianato della scultura lignea che vanta opere di discreto pregio artistico e interesse culturale, la lavorazione del cotone.
 
Le principali coltivazioni agricole sono: riso, manioca, fagioli, cajù, noci di cocco, arachidi. Da modeste piantagioni di havea si estrae la gomma naturale.
 
Il riso coltivato in Guinea Bissau è di due tipi, con nomi differenti: "panpan" e "bulanhas", che crescono in stagioni diverse.
 
La risicoltura "panpan", vera e propria coltura di sussistenza, sfrutta il sottobosco della foresta o il terreno delle piantagioni delle palme. Prima della semina, facendo molta attenzione a non danneggiare le piante, il terreno viene ripulito bruciando gli sterpi. Il ciclo agricolo di questo riso inizia ad aprile con il taglio di erbe e arbusti, che verranno bruciati a maggio, prosegue con la semina nel mese di luglio e si conclude con il raccolto, che avverrà ad ottobre.
La coltura del riso "panpan" impoverisce la terra che, dopo il primo raccolto, avrebbe bisogno di essere vangata, zappata, fertilizzata; non lavorandola, la terra non produce più riso e i contadini sono costretti a disboscare altro terreno, perché non possono fare a meno di questo prodotto agricolo, che è alla base della loro alimentazione. Il riso "bulanhas", invece, è coltivato nelle pianure invase dall'acqua durante le piogge. La Guinea Bissau è lambita e, per lunghi tratti, percorsa da bracci di mare, le cui acque salate invadono terreni fertili. Per proteggere le risaie dal mare, i contadini costruiscono piccole dighe di terra drenate da tronchi di palma incavati. Il riso "balanhas" nel mese di luglio è seminato in appositi vivai e, alla fine di settembre, le pianticelle vengono trapiantate nelle risaie, il riso verrà raccolto in gennaio.
 
Il lavoro nelle risaie, secondo la tradizione, è equamente suddiviso tra l'uomo e la donna. All'uomo è affidata la preparazione del terreno e la faticosa manutenzione delle dighe, alla donna è riservato il paziente lavoro di deporre nel terreno irrigato le piantine, precedentemente coltivate nei vivai.
 
La risicoltura delle "balanhas" è molto estesa; una parte del raccolto è riservata all'uso familiare, mentre l'altra è venduta.
 
Un prodotto esportato dalla Guinea Bissau è il cajù. Le piantagioni di questa castagna - anacardio per i botanici - sono fonte di guadagno per la nazione, anche se negli ultimi anni, per la caduta del prezzo del cajù sui mercati internazionali, l'introito economico è diminuito.
 
Il cajù, un albero che può raggiungere 12 metri di altezza, è originario dell'America tropicale; produce un frutto dalla forma di un cuore capovolto e, come propaggine, ha una castagna reniforme. Il frutto contiene un succo dissetante, che bisogna consumare in breve tempo, perché, dopo poche ore dalla spremuta, fermenta.
 
La castagna di cajù, molto nutriente e saporita, è commestibile; il suo guscio è ricco di acidi caustici e di olii pregiati che vengono utilizzati dall'industria aeronautica. Proprio per questo impiego industriale, la castagna di cajù trova i mercati internazionali interessati all'acquisto. Per fare fronte alle richieste provenienti dall'estero e attratti da questa fonte di guadagno, molti contadini della Guinea Bissau hanno aumentato le piantagioni di cajù.
 
Anche l'olio della palma (elaeis guineenses) è comprato da molti Paesi stranieri. Le piantagioni della palma da olio sono state introdotte in Guinea Bissau, specie sull'Arci-pelago Bijagós, all'inizio del secolo scorso dai Tedeschi.
Per estrarre l'olio di palma viene usato un metodo tradizionale comune in tutta l'Africa Occidentale. Le donne fanno bollire il frutto della palma per ammorbidire il pericarpo e separarlo dai noccioli. La massa fibrosa è portata all'ebollizione e l'acqua contenuta nel frutto fatta evaporare; al termine di questo trattamento, nel recipiente rimane solo olio rossastro che viene usato per cucinare e anche per le unzioni rituali che precedono importanti cerimonie ed incontri.
 
Dalla palma da olio si estrae anche una bevanda leggermente alcolica: il vino da palma, che si ottiene incidendo il peduncolo del casco dei frutti ancora acerbi e facendo defluire lentamente la linfa. Dal nocciolo del frutto della palma da olio si estrae il "coconote", olio che le donne della campagna vendono in città, dove è acquistato per insaporire le pietanze.
 
Da alcuni anni, la Guinea Bissau è divenuta meta di pescatori, per la maggioranza francesi, e degli amanti delle immersioni subacquee, che trovano spazi incantevoli per le loro attività sportive, specialmente sull'arcipelago delle Bijagós.
 
È questo il primo passo verso quella forma ludico-economica che noi del Nord del mondo chiamiamo turismo? È ancora presto per dare una risposta.
 
Ci auguriamo che questo angolo d'Africa rimanga ancora per molti anni la meta di coloro che amano ammirare le onde dell'oceano che lambiscono la spiaggia bianchissima e divertirsi guardando i delfini che s'immergono ed emergono, sollevando alti spruzzi a pochi metri dalla riva.